LIBRI BELLI

Mi è capitato quasi per caso tra le mani il libro Il valore affettivo, dell’esordiente Nicoletta Verna (Forlì, 1976) e mi sono tuffata nella lettura, catturata quasi subito dalla protagonista Bianca – un nome che adoro e sulla base del quale qualche anno fa avevo provato a imbastire un romanzo – mi sono tuffata nella lettura. Questo romanzo, Menzione speciale della Giuria al Premio Calvino 2020, non mi ha delusa, lasciandomi un senso di insperata soddisfazione.

La trama in breve

L’esistenza di Bianca si è sbriciolata il giorno in cui, da bambina, ha perduto sua sorella. Stella era pura, onesta, e manteneva le promesse. Ecco perché la sua scomparsa ha macchiato il mondo di colpa. Con un ritmo magnetico, che travolge e sorprende, Nicoletta Verna scrive un romanzo familiare nel quale una giovane donna cerca ostinatamente una forma di redenzione. Menzione Speciale della Giuria Premio Calvino 2020. Bianca aveva sette anni quando un incidente dai contorni incerti ha innescato nella sua vita una reazione a catena, che non ha risparmiato nulla. Oggi sta con Carlo, cardiochirurgo di fama internazionale, e all’apparenza lo venera. Ma tanta devozione, in realtà, nasconde un piano macchinoso, folle: un progetto di rinascita in cui l’uomo è un mero strumento. Nel percorso che intraprenderà per realizzarlo, Bianca scoprirà una verità che nessuno avrebbe mai potuto sospettare.

Ossessioni maniacali


Il lettore attraversa con Bianca la decomposizione dei ricordi legati alla sorella Stella, affondando lo sguardo nel trionfo di una felicità di carta straccia, e nel crollo delle aspettative di fronte all’impossibilità di essere risarciti dei torti. Nella sua memoria posticcia, Bianca ripercorre con ossessionante maniacalità le vicende che hanno preceduto l’evento che ha impresso una svolta drammatica alla sua vita. La disgrazia l’ha resa figlia unica, relegandola a una condizione di limbo amorale, nel quale tutta la sua famiglia si disintegra.

Nicoletta Verna, Il valore affettivo, Einaudi, 2022

Bianca è ancora bambina quando perde Stella: non ha gli strumenti per affrontare l’enorme effetto deflagrante che questo comporterà, la disintegrazione della sua famiglia, l’annientamento di tutto il suo mondo conosciuto. Adesso, da adulta, conduce un’esistenza agiata con un compagno di successo, ma contrariamente a quello che esprime il suo nome vive annidata in una profonda oscurità interiore, assillata dall’idea di un piano ben preciso che va oltre ogni ragione e che deve essere attuato a prescindere da tutto e tutti. Oggi, dopo un’incursione nel mondo della televisione commerciale nell’Italia dei primi anni Novanta, Bianca è diventata un fantasma, invisibile e assorbita da un lavoro ingrato in un’agenzia di comunicazione. Perseguendo la negazione della sua bellezza e della sua intelligenza, è vittima con l’ignaro compagno Carlo, chirurgo di fama mondiale, dell’illusione della felicità a portata di mano. La calma del loro ménage è solo apparente, entrambi sono molto più fragili di quanto non vogliano ammettere.

Lucida follia

I fantasmi del passato e le ossessioni del presente conducono Bianca lungo un’inesorabile traiettoria di lucida follia, caratterizzata in primo luogo dall’irragionevole desiderio di concepire e dare alla luce una figlia da restituire a sua madre. Ha un piano macchinoso, folle: vuole una figlia che, ne è sicura, sarà uguale alla sorella morta. “Sarà la sua forma di redenzione” spiega Nicoletta Verna in un’intervista su Repubblica
Nel corso della narrazione, i pensieri di Bianca si fanno ossessivi e nevrotici, nella cernita dei rifiuti: la loro produzione, il loro controllo, lo spreco, il lusso senza pace né gioia contribuiscono alla vivisezione del valore affettivo che gli oggetti portano su di sé. Al centro di tutto, una Barbie che promette – senza mantenere – una chioma portentosa. A
latere, l’afasia e l’alienazione di Bianca rispetto ai sentimenti.
Quali segreti si celano dietro la morte di Stella? Lei così onesta e leale, diversa dalle macerie a cui Bianca si abbandona?
Nicoletta Verna, con grandi capacità espressive, ci mostra il mondo per come appare a uno sguardo anestetizzato di una donna profondamente disillusa, dopo il naufragare del suo obiettivo principale, che si scopre essere il vero motivo per cui ha sposato Carlo.

Leggi l’incipit

“Anche il fatto che ogni tanto mia madre cerca di uccidersi è diventato un’abitudine come più o meno tutto il resto. Mi chiamano dalla clinica e corro a prendere il taxi, quando arrivo ci mette un po’ a capire chi sono e poi fa il suo sguardo perso nel niente”

Consigliato a chi ama le saghe famigliari, a chi è interessato ad approfondire il tema del disagio psichico causato dalla mancata elaborazione del lutto.

Anna Quatraro nasce a Padova il 25 febbraio 1989, studia lingue moderne fino alla laurea specialistica. Lettrice accanita, alterna la poesia alla critica, la narrativa sudamericana ai classici italiani. Una sola certezza la guida: è la scrittura a frequentarla, e non viceversa, ispirandole poesie, recensioni, racconti per fanzine come Flanerí, Verde e blog letterari, come Grafemi.

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