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Bentornati al nostro terzo appuntamento con la rubrica l’albero racconta: sono Sabina e mi occupo di costellazioni familiari e metagenealogia. Dopo la fiaba di settembre e quella di ottobre, eccoci alla fiaba di novembre: Barbablù, un’altra fiaba che ho trovato nel libro di Clarissa Pinkola Estes, Donne che corrono coi lupi, e che, come vedremo insieme, racchiude in sé un importante racconto genealogico.

La storia di Barbablù


Una matassina di barba è conservata in un convento di monache, sulle lontane montagne. Come sia arrivata al convento nessuno lo sa. Alcuni dicono che furono le monache a seppellire quel che restava del suo corpo perché nessun altro l’avrebbe toccato. Perché mai le monache conservino una siffatta reliquia nessuno lo sa ma è vero: l’amica di un’amica l’ha vista con i suoi occhi. Dice che la barba è blu indaco per l’esattezza, blu come il ghiaccio scuro sul lago, blu come l’ombra di un buco di notte. Questa barba apparteneva un tempo a uno che dicono fosse un mago mancato, un gigante con un debole per le donne, un uomo noto con il nome di Barbablù.
Si diceva corteggiasse due sorelle contemporaneamente ma loro erano spaventate dalla sua barba che presentava quella strana sfumatura blu, così si nascondevano. Nel tentativo di convincerle della sua mitezza le invitò a fare una passeggiata nel bosco. Arrivò con cavalli ornati di campanelli e nastri, sistemò le sorelle e la loro madre sui cavalli e al piccolo galoppo si avviavano nel bosco. Fecero una stupenda cavalcata con i cani che correvano accanto e davanti a loro, poi si fermarono sotto un albero gigantesco e Barbablù le intrattenne narrando storie. Le sorelle cominciarono a pensare che forse non era poi tanto cattivo e, tornando a casa, non finivano più di parlare di quella giornata così interessante e di quanto si fossero
divertite.
Nonostante ciò i sospetti e i timori delle due sorelle maggiori continuarono e, così, le due piccole giurarono di non rivedere mai più Barbablù. Ma la più piccola pensò che se un uomo poteva essere tanto affascinante allora, forse, non era neanche così cattivo. Più rimuginava tra sé e meno le sembrava terribile e anche la barba le pareva meno blu, così quando Barbablù chiese la sua mano lei accettò. Aveva accolto con orgoglio la proposta di matrimonio: pensava di sposare un uomo molto elegante. Si sposarono e, poi, andarono a vivere in un castello nei boschi.
Un giorno andò da lei e le disse: “devo andar via per qualche tempo. Invita qui la tua famiglia se ti fa piacere. Potete cavalcare nei boschi, ordinare ai cuochi di preparare un banchetto, potete fare tutto quello che volete, tutto quello che il tuo cuore desidera. Ecco il mio mazzo di chiavi: puoi aprire tutte le porte dei magazzini, le stanze del Tesoro, qualsiasi porta del castello ma non usare questa piccola chiave con la spirale in cima”.
Rispose la sposa: “Sì, faro come dici, mi sembra bellissimo. Dunque va’, mio caro marito, non preoccuparti e torna presto”. Così lui partì e lei rimase al castello.
Le sorelle andarono a trovarla ed erano molto curiose di sapere che cosa il padrone aveva detto di fare durante la sua assenza, così gaiamente la giovane sposa aveva raccontato tutto. “Ha detto che possiamo fare tutto ciò che desideriamo ed entrare in tutte le stanze che vogliamo tranne una, ma ignoro quale sia; ho soltanto la chiave ma non so quale porta apra”.
Le sorelle, allora, decisero di fare il gioco di trovare quale porta apriva quella chiave. Il castello era di tre piani con un centinaio di porte in ogni ala e, siccome molte erano le chiavi del mazzo, si divertirono immensamente ad aprire una porta dopo l’altra. Dietro ad una porta c’erano le provviste, dietro ad un’altra tesori e beni di ogni sorta. Ogni volta sembrava tutto più meraviglioso finché raggiunsero la cantina e, in fondo a un corridoio, arrivarono a una nuda parete.

A questo punto, ripensando alla chiave con la piccola spirale in cima, dissero: “forse questa chiave non apre proprio nulla”. Mentre così dicevano udirono uno strano suono. Dietro l’angolo c’era una porticina che si stava appunto richiudendo. Cercavano di riaprirla ma era sprangata, così presero la chiave misteriosa. Senza riflettere neanche un momento una delle sorelle infilò la chiave della toppa e girò. La serratura scattò, la porta si spalancò ma dentro era così buio che non potevano vedere nulla.

Venne, così, accesa una candela e portata nella stanza. Le tre donne lanciarono tutte insieme un urlo perché la stanza era un lago di sangue, pieno di ossa annerite di cadaveri sparse ovunque e negli angoli. I teschi erano impilati come
piramidi. Spaventate, chiusero velocemente la porta, sfilarono la chiave della toppa e si aggrapparono l’una all’altra respirando affannosamente.
La sposa guardò la chiave e vide che era macchiata di sangue, terrorizzata usò la gonna per ripulirla ma il sangue restava. Ogni sorella prese la chiave in mano e cercò di farla tornare come prima ma il sangue non se ne andava. La sposa nascose in tasca la piccola chiave e corse in cucina ma quando vi arrivò il suo abito bianco era macchiato di rosso perché la chiave lentamente versava gocce di sangue rosso scuro. Ordinò al cuoco “svelto, dammi lo strofinaccio di crine di cavallo”. Sfregò la chiave, ma non smetteva di sanguinare, goccia su goccia, puro sangue rosso colava dalla piccola chiave. Portò fuori la chiave, la strofinò con la cenere, la avvicinò al fuoco per cauterizzarla, poi, la ricopri di ragnatele per arrestare il flusso ma niente riusciva a fermare il sangue.
“Che devo fare?” urlò.
“Ecco cosa farò, la nasconderò nell’armadio e chiuderò la porta. Questo è stato solo un brutto sogno e andrà tutto bene”. E così fece.
Il marito tornò la mattina dopo ed entrò nel castello chiamando la sua sposa. “Allora, com’è andata durante la mia assenza?”.
“È andato tutto bene, sire”.
“E come sono le mie dispense?” tuonò.
“Bellissime, sire”.
“E le stanze del Tesoro?”
“Anche quelle sono bellissime, sire”.
“Tutto bene, dunque, moglie?”
“Sì, tutto bene”.
“Bene” sussurrò “allora sarà meglio che tu mi restituisca le chiavi”.
Con una rapida occhiata si accorse che mancava una chiave “Dov’è la chiave più piccola?”
“Io l’ho perduta. Mentre stavo cavalcando il mazzo di chiavi mi è caduto e deve essersi persa in quel
frangente”.
“Che cosa hai fatto, donna?”
“Io, io non mi ricordo”.
“Non mentirmi. Dimmi che cosa hai fatto di quella chiave”.
Le posò una mano sulla guancia, come per accarezzarla, e invece le afferrò i capelli e le ringhiò “infedele!”. La gettò a terra e le disse “Sei stata nella stanza”, spalancò l’armadio e vide che la piccola chiave sul ripiano in alto aveva sanguinato sulle belle sete dei suoi abiti appesi.
“Ora tocca a te, mia signora” disse e la trascinò giù in cantina finché non arrivarono davanti alla terribile porta blu, guardò la porta con gli occhi di fuoco e subito per lui si aprì. Là giacevano gli scheletri di tutte le sue mogli precedenti. “Eccoci” ruggì ma lei si era aggrappata alla porta e non lasciava la presa e implorava per la sua vita. “Ti prego, consentimi di raccogliermi per prepararmi alla morte, concedimi soltanto un quarto d’ora prima di togliermi la vita per mettermi in pace con Dio”.
“Va bene” urlò “avrai un quarto d’ora soltanto, ma fatti trovare pronta”.

La sposa salì di corsa le scale per raggiungere la sua camera e per mandare le sorelle sui bastioni del castello. Si inginocchiò come per pregare e, invece, interrogò le sorelle.

“Sorelle, sorelle, vedete arrivare i nostri fratelli?”

“Non vediamo nulla sulle pianure aperte”.

Ogni istante ripeteva “Sorelle, sorelle, vedete arrivare ai nostri fratelli?” finché finalmente ricevette in risposta “Vediamo un turbine in lontananza, forse un polverone”.

Intanto Barbablù chiamò a gran voce la moglie perché scendesse in cantina dove l’avrebbe decapitata. Di nuovo domandò “Sorelle, sorelle, vedete arrivare i nostri fratelli?”. Di nuovo Barbablù chiamò a gran voce la moglie e prese a risalire i gradini di pietra. Intanto le sorelle urlavano: “Sì, vediamo i nostri fratelli, sono arrivati e sono appena entrati nel castello”.
Mentre Barbablù avanzava pesantemente nella stanza, con le mani tese per afferrarla, i fratelli, percorso al galoppo il vestibolo del castello, entrarono nella stanza. Spinsero Barbablù sul bastione, con le spade insanguinate avanzarono verso di lui, colpendolo e abbattendolo a terra fino ad ucciderlo e lasciarlo preda delle poiane.

Barbablù, illustrato da Anastasia Zhdann (fonte: Pinterest)

Chi è Barbablu?


Analizziamo il racconto tenendo sempre presente che l’albero genealogico è un’entità che ci vive dentro e che non comprende la differenza tra reale e simbolico, li legge tutti e due come veri e oggettivi.
Questa fiaba ci racconta un’immagine precisa del maschile, ci dice come quest’ultimo sia stato interpretato e ci svela alcune metafore che possono darci un’indicazione sugli eventi genealogici che potrebbero aver creato questo tipo di immagine.
Barbablù è ‘un gigante, un mago mancato con la barba blu’. La grandezza fisica che intimorisce potrebbe raccontarci di un maschile molto primitivo che ha solo la prestanza fisica per dirsi forte. Essendo umano e non animale, questa non gli basta per destreggiarsi nel mondo, quindi potrebbe usarla per nascondere il suo deficit.

Anche il fatto che sia un mago mancato dice molto: la magia è la capacità di trasformare sé stessi morendo e rinascendo più volte. Per farlo, però, bisogna essere in contatto con il mondo interiore. Un uomo rude e basico come lui non sembra in grado di farlo.

La barba – il pelo maschile simbolo di forza e virilità – è blu e in questo caso svela una rabbia repressa e cose non dette. Come sta un uomo di fronte alle proprie debolezze se non ha gli strumenti per lavorarle? La rabbia mi sembra una risposta logica e appartenente allo stato grezzo in cui vive questo tipo di uomo.
È importante ricordare che non è detto che in un albero l’uomo sia davvero così, ma è così che è stato visto e percepito.

Barbablu,

Barbablù: significato simbolico e legame con le monache


La barba rappresenta uno o più segreti, intesi come eventi taciuti o dimenticati. A dirmelo è il fatto che le reliquie sono conservate sulle ‘lontane montagne’ che simbolicamente rappresentano un livello molto profondo dell’inconscio.
Ad occuparsi di loro sono le monache che, per antonomasia, sono donne sessualmente non attive, quindi non in contatto con il piacere fisico che, per quello che è stato l’indottrinamento cattolico, viene inteso come Diavolo, il contro altare dello spirito. È una forma di femminile che qui viene visto come puro, non macchiato dalla materia, etereo e quasi innocente. Svolgono un ruolo sacro tanto da seppellire il gigante senza conseguenze.

Questo mi fa pensare che gli eventi genealogici taciuti siano interconnessi alla sessualità e all’idea che il femminile ha di questa. Cosa ha fatto Barbablù in questo albero? Il fatto che avesse un debole per le donne e che fosse alla ricerca ossessiva della moglie perfetta, cosa lo ha spinto a fare alle altre? Potrebbe essere una dinamica vittima e carnefice, reale o simbolica. Ad esempio, nel mio albero un avo è stato letto dal sistema familiare come Barbablù perché rimase vedovo cinque volte. Le mogli morirono di cause naturali eppure l’albero ne cambiò il racconto.
Quella di Barbablù in un albero genealogico magari è davvero una dinamica di femminicidio datata nel tempo, oppure è qualcosa di molto più sottile. Non importa saperlo con certezza, basta il lavoro sul racconto e sulla nuova immagine da creare.

La moglie di Barbablù: il pioniere genealogico che spinge verso l’evoluzione


Ad essere colpita da lui fu la sorella più piccola che, in questo caso, pare una pioniera genealogica. Secondo me, è l’ultima discendente di una stirpe che vuole spezzare una ripetizione della quale è stanca: supponendo che ci sia una dinamica vittima e carnefice tra maschile e femminile, reale o simbolica, un parte di noi la vive nel presente e si potrebbe manifestare nel rapporto con l’altro sesso.

Che tipo di relazioni potrebbero nascere? Con quali patterns? E con che tipo di partner? Il fatto che la sorella più piccola abbia trovato affascinante Barbablù mi parla del bisogno di aprire quella porta e vedere cosa c’è oltre quello che sembra per arrivare a ciò che è. La ricerca dell’essenziale oltre le sovrastrutture me la ribadisce il castello (simbolo della psiche umana) nei boschi (simbolo dell’inconscio familiare). Il ritrovamento delle ossa conferma, poi, il bisogno di evoluzione: queste rappresentano la struttura arcaica del sistema familiare. La candela è, invece, la consapevolezza.

Perché Barbablù si allontana dal palazzo e lascia sola la moglie?


In realtà la domanda fondamentale su questa favola è: che intenzione ha davvero Barbablù? Quando consegna il mazzo di chiavi alla moglie sta semplicemente provando la sua fedeltà, oppure le sta preparando una trappola? In altre parole, Barbablù avrebbe davvero potuto essere uno sposo generoso e amabile se sua moglie non avesse scoperto il suo segreto, oppure il motivo per cui l’uomo continua a risposarsi è semplicemente quello di procacciarsi nuova carne da macellare?

Barbablù lascia la giovane sposa nel suo castello dandole le chiavi per ogni porta: quell’albero ha bisogno di
guarigione, quell’avo di essere liberato. ‘Per ogni discendente guarito, c’è un antenato liberato’ e da qui si sciolgono le sovrastrutture, si contatta l’essenziale e si inizia un nuovo ciclo.

Questo è il compito delle costellazioni familiari evolutive, potentissimo strumento grazie al quale aiuto le persone a entrare in contatto con il proprio albero genealogico, individuare i racconti depotenzianti e sostituirli con altri.

Curiosa di scoprirle e capire se possono aiutare anche te? Scrivimi info@animaeradici.com

Alla prossima volta,

Sabina

Sono Sabina e mi piace definirmi una ‘traduttrice di simboli e metafore in parole semplici. Anima e Radici (www.animaeradici.com) è un progetto che la mia anima ha partorito in una notte di inizio estate. È nato perché ho sentito la necessità del mondo di Riconnettersi al sacro, all’Essenziale, alla Madre Terra e alla sua energia, agli antichi rituali e modi di vivere i ritmi naturali, le mestruazioni, le fasi lunari, etc. I suoi valori sono i valori che ogni giorno coltivo nella mia vita e che ti aiuto a riscoprire anche nella tua: l’armonia, l’amore e il rispetto per l’anima, sempre guidata dagli ideali di integrità ed eticità.L’obiettivo di questo progetto è mettere a servizio del mondo la creatività, la Metagenealogia e le Costellazioni Familiari Sistemiche Evolutive per far sì che più persone in risonanza riescano a recuperare i propri frammenti di anima dispersi in tempi remoti per poi proseguire con il proprio destino in maniera più armoniosa e consapevole.

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