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Recensione: Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi

Scrittrici che amo – la serie

Qualche settimana fa mi sono svegliata una mattina con la voglia di vedere ritratte in una foto alcune delle mie scrittrici preferite.  Ho preso dei libri dagli scaffali e li ho impilati sul mio bel pavimento. Ho fatto due passi indietro e ho scosso la testa. La torre di libri era troppo alta, massiccia, pesante e l’ho snellita con una selezione sentimentale.  Alla fine di questa operazione avevo 12 libri delle scrittrici che amo. (qui il post completo) Ora sto scrivendo le recensioni nell’ordine che mi hanno consigliato i miei lettori: ho parlato di Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, ho parlato Sembrava una felicità di Jenny Offil e oggi è il turno di Natalia Ginzburg, Le piccole virtù.

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Le piccole virtù

Oggi la recensione è dedicata a Le piccole virtù di Natalia Ginzburg, una raccolta di undici racconti, riflessioni, ritratti scritti da Natalia Ginzburg. Tra i vari racconti c’è il famoso Ritratto di un amico, che Italo Calvino ha definito “la più bella cosa che sia stata scritta sull’uomo Cesare Pavese”, oppure “lui e io” un magnifico ritratto dell’amore coniugale  “Lui ha sempre caldo, io ho sempre freddo”, con le sue luci e ombre, o, ancora, i ricordi di Londra “è un paese che si è sempre dimostrato pronto ad accogliere gli stranieri”. Tutto il libro merita di essere letto ma io l’ho scelto per un particolare racconto.

 

Un titolo che trae in inganno

Iniziamo dal titolo che può trarre in inganno: le piccole virtù non si riferisce alle virtù domestiche, quotidiane, casalinghe, anzi, il testo dice di insegnare ai propri figli non le piccole virtù ma le grandi. E allora perché il libro e il racconto da cui prende il nome si intitola così? Semplice. “Le piccole virtù” è un bel titolo, “Le grandi virtù”, invece suona male e non ci si immagina un libro di successo intitolato così.

Nasce da un equivoco pensare che sia un libro dedicato alle cose minute, nascoste, da donne (anche se il carattere della Ginzburg era proprio quello di stare nelle retrovie, di essere umile e modesta) anzi, è un libro dedicato alle grandi virtù: alla pazienza, al coraggio, all’amore…

 

Il mio mestiere

Il motivo principale per cui ho scelto di inserire Le piccole virtù e non il più famoso Lessico Famigliare (che pur amo moltissimo) nella serie delle dodici scrittrici è il racconto in cui Natalia Ginzburg ripercorre le tappe della sua vita che l’hanno fatta diventare scrittore. 

Il mio mestiere è quello di scrivere e io lo so bene e da molto tempo. Spero di non essere fraintesa: sul valore di quel che posso scrivere non so nulla. So che scrivere è il mio mestiere. Quando mi metto a scrivere mi sento straordinariamente a mio agio e mi muovo in un elemento che mi par di conoscere straordinariamente bene: adopero degli strumenti che mi sono noti e famigliari e li sento ben fermi nelle mie mani.

 La Ginzburg procede dicendo che se prova a fare qualunque altra cosa studiare una lingua straniera, lavorare fuori casa, parlare in pubblico va in ansia, si sente inadeguata, soffre e si sente una leggera nausea. Poi racconta di come ha iniziato a scrivere da bambina: lunghe poesie in rima (lontananza/speranza), poi romanzi pieni di poliziotti con lo sfollagente, carrozze e dame, e poi, racconti, alcuni molto seri.

Un mestiere serio

“Ho scoperto allora che ci si stanca quando si scrive una cosa sul serio. È un cattivo segno se non ci si stanca. Uno non può sperare di scrivere qualcosa di serio così alla leggera, come con una mano sola, svolazzando via fresco fresco. Non si può cavarsela così con poco. Uno, quando scrive una cosa che sia seria, ci casca dentro, ci affoga dentro proprio fino agli occhi;”

Continua raccontando come impara a costruire i personaggi: dice che va in giro per la città spiando le persone e riportando in un taccuino i tic, i dettagli del viso e delle belle frasi da utilizzare in un racconto. Dice anche che non ci riuscirà mai, che le frasi si cristallizzeranno nel bloc notes, senza vita.

Scrivere come un uomo

In seguito desidera scrivere come un uomo: “L’ironia e la malvagità (dei personaggi) mi parevano armi molto importanti nelle mie mani; mi pareva che mi servissero a scrivere come un uomo, perché allora desideravo terribilmente scrivere come un uomo, avevo orrore che si capisse che ero donna dalle cose che scrivevo. Facevo quasi sempre personaggi uomini, perché fossero il più possibile lontani e distaccati da me”

Racconta poi che non appena diventata brava nello scrivere racconti inizia ad annoiarsi e a non provare più piacere: “Il mondo taceva per me. Non trovavo più parole per descriverlo”

Una scrittrice

Poi nascono i figli e “quando erano molto piccoli non capivo come si potesse scrivere avendo dei figli. M’ero messa a disprezzare il mio mestiere.” Ma Natalia è una scrittrice e aggiunge con lucida sincerità “Ne avevo una disperata nostalgia, mi sentivo in esilio, ma mi sforzavo di disprezzarlo e deriderlo per occuparmi solo dei bambini.” I bambini mi parevano una cosa troppo importante, ma avevo una feroce nostalgia e mi veniva quasi da piangere. Pensavo che l’avrei ritrovato un giorno o l’altro, ma non sapevo quando. Pensavo avrei dovuto aspettare che i miei figli se ne andassero, invece non ci mise molto e tra un sugo di pomodoro e una passeggiata all’aperto  Natalia afferma “adesso non desideravo più scrivere come un uomo”

Un mestiere difficile

Un’altra riflessione presente in questo racconto è “la nostra personale felicità o infelicità, la nostra condizione terrestre, ha una grande importanza nei confronti di quello che scriviamo”  Quando siamo felici vediamo i personaggi in modo freddo, chiaro, distaccato, quando invece siamo infelici “abbiamo radici profonde e dolenti in ogni essere e in ogni cosa del mondo, del mondo fattosi pieno di echi e sussulti e ombre, a cui ci lega una devota e appassionata pietà. E poi ci mette in guardia “C’è un pericolo nel dolore così come nella felicità nelle cose che scriviamo” Prosegue con altre riflessioni sul mestiere di scrittore.

Questo mestiere non è mai una consolazione o uno svago, vuol essere lui a comandare, si rifiuta sempre di darci retta quando abbiamo bisogno di lui. 

È un mestiere difficile, che si nutre delle cose belle e brutte, cresce e muta, quel che è importante è avere la convinzione che è un mestiere, una professione, una cosa che si farà per tutta la vita.

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Recensione: Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio

Ciao, 

Iniziamo la serie SCRITTRICI CHE AMO. Dopo questo post vi ho chiesto  c’è qualche recensione che vi interessa particolarmente? se sì, scrivetemelo nei commenti! E la prima e più amata è Zia Jane.  Prima di tutto ascia un like di supporto sulla pagina Facebook e seguimi sulla pagina instagram!  di Unalettrice. Ho bisogno del tuo sostegno!  Ma ora ecco la mia recensione di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen. Enjoy!

Un romanzo che continua ad avere qualcosa da dire al lettore.

A 15 anni ho comprato una copia di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen in un’edicola di paese. Qualche giorno dopo, appena iniziata la lettura, mi venne la febbre, o finsi di avere la febbre – durante la mia adolescenza ho finto spesso di avere la febbre per poter leggere in santa pace – per terminare tutto il romanzo. Ne rimasi deliziata, chiusi il libro e tornai al mio liceo, alla mio ragazzo, agli amici, alla mia vita dell’epoca.

Passavano le settimane e ricordavo perfettamente il libro: ogni tanto mi tornavano in mente una battuta o un dettaglio. Alzai le spalle, indifferente. Dopo qualche mese capii che i personaggi, l’ambientazione e i sentimenti descritti non sarebbero svaniti nel giro di poco tempo, ma avrebbero acquistato forza, mano a mano che crescevo e scoprivo, sulla mia pelle, l’orgoglio, l’amore, il pregiudizio.

Da allora ho riletto Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen una volta sola, e nonostante questo è stampato chiaramente nella mia mente come uno dei libri che mi sovviene, con una frase, un dettaglio, un personaggio. Per me è un classico e un capolavoro perchè, anche se sono passati 200 anni dalla sua pubblicazione, e io sono cresciuta, e il mondo è cambiato, e molto, Orgoglio e pregiudizio ha catturato su carta sentimenti eterni che continuano a parlare ai lettori. 

Orgoglio e pregiudizio: storia di potere (e di amore)

In breve possiamo riassumere la trama di Orgoglio e Pregiudizio in questa frase del romanzo e nelle sue conseguenze:

«È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie»

Il romanzo, ambientato nell’Inghilterra del 1813, è la storia delle cinque sorelle Bennet e dei loro corteggiatori, con al centro il romantico contrasto tra l’adorabile e capricciosa Elizabeth e l’altezzoso Darcy. Lo stile di Jane Austen è di acuta osservazione, delicata ironia,  intrattiene con i piacevoli toni della commedia, anche se, secondo me, il romanzo traccia sia una brillante descrizione dell’epoca regency, in cui è ambientato, sia una profonda descrizione delle dinamiche dell’animo umano. 

Darcy era uno scapolo ricco, davvero ricco.

Nel 1813 le donne non lavoravano, il loro tenore di vita era determinato dalla rendita della famiglia di origine e dal tipo di matrimonio che facevano. I Bennet erano una famiglia di modeste entrate, non sufficienti a mantenere cinque figlie femmine.   Infatti, non appena le sorelle conoscono Mr Darcy, nel romanzo viene ribadito a più riprese come la rendita di Mr. Darcy si aggiri intorno alla 10.000 sterline annue.

Ma cosa significa questa cifra in riferimento agli standard dell’epoca? Prendendo in considerazione le differenze economiche e sociali, il giornale The Telegraph ha calcolato come una rendita di 10.000 sterline all’anno nel 1813 potrebbe equivalere a una rendita contemporanea di circa 16,5 milioni di euro, al mese. Senza calcolare le proprietà terriere: i calcoli del “Telegraph” ipotizzano che la disponibilità economica di Mr. Darcy poteva aggirarsi (in termini economici attuali) in qualcosa come 415 milioni di euro. Questo senza contare il valore delle sue proprietà né i ricavi delle sue fattorie a Pemberley!

Capite perchè la signora Bennet, madre di cinque figlie, quasi sviene, al solo pensiero di far incontrare le figlie con Darcy? 

 

Pregiudizi: laddove nascono gli ostacoli all’amore. 

Gli ostacoli che si presentano prima del compimento dell’amore sono dovuti ai Pregiudizi. Elizabeth, appena incontra Darcy, lo giudica subito freddo e orgoglioso, pieno di sé e distante. A lei, Darcy fa una pessima prima impressione che nel tempo peggiora, a causa di malelingue e, appunto, pregiudizi. Mr Darcy ricchissimo e aristocratico, la giudica di famiglia modesta e arrampicatrice, anche se non può fare a meno di innamorarsi di lei e chiederle, con molta difficoltà dovuta alla sua freddezza britannica e aristocratica, di sposarlo. 

Orgoglio: Elizabeth non scende a compromessi, vuole l’amore. 

Elizabeth, accecata dai pregiudizi, rifiuta la prima proposta di matrimonio di Mr Darcy a causa  di un equivoco che la porta a pensare che Mr Darcy è una persona spregevole. Il suo è un atto di Orgoglio: Lizzie, sceglie la propria felicità e rifiuta una sicurezza economica duratura e per tutta la sua famiglia. (qui la madre quasi sviene, dovete sapere che il romanzo è scritto con molta ironia e la madre è il mio personaggio preferito in assoluto) 

Uno sguardo acuto sulle dinamiche umane. 

I pregiudizi che nutrono uno per l’altra sono frutto della società inglese dell’epoca e Jane Austen in fondo spia dal buco della serratura i suoi personaggi portandone alla luce dei comportamenti che la buona educazione avrebbe richiesto di nascondere: ad esempio i pregiudizi dettati dalla classe sociale, oppure come la voglia della signora Bennet di vedere le figlie sistemate con buoni partiti, oppure la scappatella della sorella minore con il maggiore Whickam… 

Regency e brillante: uno stile di scrittura inimitabile ed eterno.

Orogoglio e Pregiudizio è stato adattato a film, serie tv, fumetto, sequel, romanzi ma rimane un unicum dallo stile inimitabile. Meglio del romanzo originale non c’è niente. L’ironia, la costruzione di personaggi decisamente comici, e nello stesso tempo un atteggiamento d’affetto e di indulgenza, determinando l’affermazione indiscussa della scrittrice.

Jane Austen, scrittrice povera e single. 

Jane non ebbe molte proposte di matrimonio: oltre a essere piuttosto povera, non era particolarmente bella, ma la cosa peggiore era il suo senso dell’umorismo, la sua ironia affilata, inaccettabile in una giovane donna in cerca di marito. Non diventò famosa in vita, il successo, ironia della sorte, arrivò due anni dopo la sua morte. Le sue protagoniste, come lei,  sono donne determinate e sincere, per nulla arrendevoli, alla ricerca di un lieto fine. 

 

Spero che la recensione vi sia piaciuta! 

Alla prossima, 

Alessandra 

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Recensione: Zadie Smith, Swing time, Mondadori 2017

ciao amici,

nuovo post e nuova recensione: ecco la recensione di Swing Time, Zadie Smith, pubblicato in Italia nel 2017 da Mondadori. 

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bene, iniziamo! 

Swing time, scrivere a ritmo di musica

Swing Time è il titolo di un film del 1936 dei famosi ballerini Fred Astaire e Ginger Rogers . Forse in italiano il richiamo al vecchio film non è immediato perchè nel nostro paese è stato intitolato Follie d’inverno, ma per gli appassionati di cinema il titolo Swing Time richiama subito il movimento di due ballerini eleganti, sorridenti, leggeri. Swing Time è per l’appunto un romanzo che scivola, avanza e indietreggia, gira, si volta, sorride e improvvisa, come una danza guidata dalle emozioni.

«Dovevo avere a che fare con le emozioni, tutto ciò che sentivo riuscivo ad esprimerlo molto chiaramente, ero capace di portarlo allo scoperto».

La trama: troppi temi?

La protagonista di Swing Time (senza nome per tutto il libro) è una bambina cresciuta nelle case popolari di Londra con l’amore per la danza, i ballerini dei vecchi film hollywoodiani, conosce da adolescente la sua amica: Tracey come lei figlia di genitori multirazziali, Tracey che per la danza ha il talento naturale che alla protagonista manca, Tracey aggressiva quanto lei è mite. La storia di una ragazza che va a lavorare come assistente di una grande popstar, mentre l’amica, pur talentuosa, non avrà pari fortuna. Ad un certo punto la narrazione si sposta in Africa perchè la pop star per cui lavora la protagonista senza nome desidera intensamente e capricciosamente salvare il continente nero. La critica che ho sentito più spesso nel sottobosco di lettori sconosciuti di cui faccio parte è “troppa carne al fuoco, troppi temi affrontati in maniera superficiale” (noi lettori anonimi siamo dotati di una sincerità brutale, lontana dalla raffinata e eloquenza dei critici letterari) Io non la penso proprio così, ed ecco la recensione di Swing Time Zadie Smith.

 Zadie Smith nata da padre inglese e madre giamaicana, come la protagonista senza nome di questo romanzo, è cresciuta proprio in un sobborgo inglese operaio come quello descritto nel romanzo.  Le due protagoniste diventano amiche perchè, uniche ragazzine miste in tutta la stanza, si riconoscono. Cosa riconoscono ad un primo sguardo l’una dell’altra? Che, entrambe, hanno sfumature di bronzo sulla pelle e ricci afro sulla testa: che  – entrambe-  hanno genitori multirazziali:  “ci avvicinammo istintivamente riconoscendoci, fra molti e fummo subito inseparabili”.  

Non si può dire che si soffermi a lungo su questo tema, anzi, Smith apre e complica la questione: in un capitolo in cui le ragazzine si toccare il seno da un ragazzo, il più bello della scuola, che è bianco; il padre bianco e lo zio giamaicano che fumano erba; la madre giamaicana della protagonista che lotta politicamente (in quanto donna e nera) e dalla popstar (bianca e famosa e ricca) che vuole salvare l’Africa. Non c’è spazio per approfondire, siamo trasportati – come nella vita vera – da una situazione all’altra, sull’onda delle nostre emozioni e della nostra personale esperienza. 

Danzare una narrazione

Zadie Smith ha per me la capacità di danzare una narrazione mescolando sia la sua esperienza di vita personale sia la sua esperienza di vita in questo mondo (ad esempio la pop star Aimee che vuole salvare l’Africa, non vi ricorda un po’ Madonna o Angelina Jolie?). Swing Time è scritto come una danza imperfetta, tribale, coreografica, corale, improvvisata, africana, europea, femminile, e inconoscibile nella sua bellezza: non ci resta che osservarne ammirati le evoluzioni.    

 

 Cosa dice la critica 

Già solo per l’intreccio, Swing Time è una lettura meravigliosa. Il viaggio della narratrice dal quartiere duro al glamour del jet set e ritorno è roba succosa da adattamento cinematografico. Per non parlare della musica! (Taiye Selasi, Guardian, 2016) 

La nostra narratrice cerca soprattutto un posto in cui sentirsi a casa. Quel posto lo può fornire una migliore amica, anche se perduta, soprattutto per le donne. I comfort che dà l’amicizia non si possono sottovalutare. Come tutti i romanzi di Smith, Swing Time ha cose intelligenti da dire sulla razza, le classi e il genere, ma quella più toccante è questa. Posto ciò che siamo, chi ci hanno detto che non siamo, e chi immaginiamo di poter diventare, come facciamo a trovare la strada di casa? (Taiye Selasi, Guardian, 2016) 

Cosa ne dice Zadie Smith, la scrittrice

“È come se avessi scritto un libro su una strada che non ho mai preso. Come se stessi recitando la mia falsa autobiografia. Una vita immaginata.”

 

ciao, alla prossima recensione!

Alessandra

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Recensione: Le stelle di Srebrenica, Daniela Quadri, Edizioni Leucotea

Ciao, 

eccomi con una nuova recensione: ne ho moltissime in arretrato! Prima di iniziare lasciami un like di supporto sull’articolo e seguimi sulla pagina Facebook di Unalettrice.orgsulla pagina Instagram 

Quest’estate ho letto il libro Le stelle di  Srebrenica di Daniela Quadri, pubblicato nel 2016 da Leucotea Edizioni. La scrittrice Daniela Quadri partecipa al mio gruppo di 100 happy days e seguendo quello che pubblicava sui social  ho scoperto che ha scritto un romanzo. L’ho cercato su Amazon e questa è la descrizione che ho letto:

Le vite di due donne, Marta Valtorta giornalista free-lance in una piccola redazione brianzola e Elma Osmanovic arrivata in Italia per sfuggire agli orrori della guerra in Bosnia-Erzegovina, s’intrecciano casualmente. La caccia ad un piccolo malavitoso slavo, Tarik Mulavdic, boss emergente di una organizzazione criminale che traffica in droga e donne, le fa incontrare in circostanze equivoche. L’amore per Nadia, la figlia affetta da Sindrome di Down di Elma, le unirà in un legame così profondo, che Elma deciderà di svelare proprio a Marta l’orribile morte della madre e del fratello nel giorno del massacro di Srebrenica e la sua discesa nell’inferno di un bordello a Sarajevo. La prima indagine di Marta Valtorta, suo malgrado singolare e atipica Miss Marple della Brianza, si conclude con un interrogativo e un nuovo mistero.

Attratta dal titolo, l’ho acquistato.

Il titolo.

Il titolo è attraente. Provate a pronunciare tra di voi “Le stelle di Srebrenica”. Come si fa a rimanere indifferenti? La frase suona bene: parte piana, dolce e morbida (le stelle di)  ruggisce coraggiosa con la doppia R e conclude con la zampata finale che tinge di grinta e orrore l’intera vicenda.(Srebrenica) Applaudo a chiunque abbia scelto il titolo: lo trovo bellissimo.

Romanzo di guerra o saggio storico?

Srebrenica è una città della Bosnia Erzegovina che diventò, ahimè, famosa nell’estate del 1995 quando avvenne il massacro di Srebrenica: un genocidio avvenuto durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina.  

In pratica: le truppe serbo-bosniache agli ordini del generale serbo Ratko Mladic irruppero nella cittadina di Srebrenica, assediata da tre anni, e in pochi giorni massacrarono più di 8 mila musulmani – 8.372 la cifra ufficiale – per lo più uomini e ragazzi mentre i caschi blu olandesi non alzarono un dito. Mentre migliaia di prigionieri venivano barbaramente uccisi, le Nazioni Unite non fecero nulla per impedirlo e il comandante del battaglione olandese, Thom Karremans, immortalato dalle telecamere, brindava con Mladic alla “brillante operazione militare” per la conquista di Srebrenica.

Le stelle di Srebrenica non è né un romanzo di guerra né un saggio storico. Il massacro si staglia sullo sfondo delle imprese di Marta Valtorta,la protagonista, e occupa poche pagine. La vicenda di Srebrenica non è, come il titolo può far pensare,  la vicenda centrale, anzi, il romanzo svolge un’opera importante: lascia la voglia di saperne di più. 

La protagonista, detective in gonnella.

La scrittura e la storia sono accattivanti: ho divorato il libro in pochi giorni al mare e ne ho apprezzato l’intrattenimento.  La protagonista Marta Valtorta è descritta come la Miss Marple della Brianza. Il nomignolo – probabilmente-  intende significare che è una detective in gonnella: infatti, suo malgrado, si troverà ad indagare insieme alla polizia per risolvere un mistero. Le similitudini però finiscono qui: Marta Valtorta è una giovane giornalista italiana, Miss Marple è un’anziana signora britannica. La Valtorta è dinamica ed è sempre in giro tra lavoro, amicizie, piscine, pranzi e cene, viaggi, Miss Marple era sedentaria, abitudinaria e solitaria: risolveva omicidi spiando i vicini dalla finestra, senza muoversi di casa, aiutata solo dal suo acuto spirito di osservazione dei caratteri umani.

È Marta Valtorta l’indiscussa stella del romanzo:intorno alla protagonista ruota tutto l’impianto narrativo della vicenda. La vita da cui prende avvio la storia, gli amici, i conoscenti, gli amori,  le vicissitudini, le storie che ci gettano nella guerra e nel passato…addirittura è sua la voce narrante di un soldato al fronte! Paragonarla a Miss Marple non le rende giustizia. 

Un libro dai numerosi temi.

Intorno a Marta Valtorta ruotano molte tematiche.  In linea generale a me i libri che affrontano molti temi piacciono: credo che la vita stessa sia fatta di molte sfaccettature e che i romanzi debbano immergere il lettore in un mondo particolareggiato e profondo per temi e emozioni. Succedono molte cose  e il ritmo forsennato non mi dispiace, mi fa pensare al galoppo a perdifiato di un cavallo che attraversa un paesaggio in continuo cambiamento. Come lettrice, però, ho desiderato, ogni tanto, che l’autrice rallentasse un po’ il ritmo  e procedesse al trotto leggero e poi al passo di fronte ai paesaggi più importanti: il massacro di Srebrenica  o la Sindrome di Down, tanto per citare solo due dei numerosi temi affrontati.

Attendiamo le prossime indagini di Marta Valtorta!

 

ciao!

Alessandra

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Recensione Spesso sono felice, Jens Christian Grondal, Feltrinelli, 2016

“Sembrava che la nostra vita si fosse già richiusa sopra il vuoto lasciato da Georg. Il buco c’era ancora, sotto la superficie, e quando gli altri ci pensavano venivano colti dal senso di colpa oppure diventavano gentili, o l’una e l’altra cosa. Poi mi guardavano e abbassavano rispettosi la voce, e intuivo che si aspettavano qualcosa, ma non sapevo bene cosa. Non riuscivo a capire se fosse il lutto a metterli di tanto in tanto a disagio, oppure la timidezza nei confronti del lutto altrui o se fosse qualcosa di completamente diverso a insinuarsi tra noi e l’assenza di Georg.”

Spesso sono felice, Jens Christian Grondal, Feltrinelli, 2016

Spesso sono felice è una lunga lettera all’amica del cuore sull’amore, il matrimonio, la costruzione e lo scioglimento di una famiglia.

La protagonista, Ellinor, è un’anziana settantenne che scrive  una lunga lettera alla sua migliore amica, una danese di origini italiane, morta giovane tanti anni prima.  Nei freddi paesaggi del nord europa, fatti di casette tutte uguali, strade fangose, cappucci alzati a coprire la testa dal vento e cieli bassi e scuri, la protagonista fa il bilancio della propria vita, segnata da inganni e tradimenti, da dolori e lutti, e da un grande, terribile segreto. Il romanzo fa il ritratto del matrimonio, sia della protagonista, che quello dell’amica scomparsa, ma anche il matrimonio dei figli e delle nuore.

Può uno scrittore (maschio) descrivere con piena padronanza i sentimenti di una donna?

Come ogni libro scritto da un autore (maschio) in prima persona femminile mi scatena una domanda. Ma davvero uno scrittore riesce a rappresentare, a immaginare e a riportare in parola come vive il matrimonio e l’amore una donna? E riesce a descriverlo?  So che si tratta di fiction:  se uno scrittore riesce a immaginare mondi fantastici, come quello in cui è ambientato Harry Potter oppure se riesce a immaginare addirittura una lingua, come l’elfico inventato da Tolkien, perchè non dovrebbe esser capace di rappresentare i sentimenti femminili di amore, famiglia, costruzione di una famiglia e scioglimento, lutto?  Sono molti i romanzi in cui uno scrittore (maschio) parla in prima persona femminile di amore, matrimonio, relazioni.

1. Spesso sono felice, Jens Christian Grondal, Feltrinelli

Un libro sull’amore e sulle relazioni famigliari: dalla costruzione della famiglia al lutto, passando per i figli e per i ruoli di madre, matrigna, moglie, amante, scritto in prima persona femminile, da un autore (maschio) danese. Mi è piaciuto, è un bel libro ma mi ha lasciato una perplessità.

2. Michael mio, Amos Oz, Bompiani

Anni fa comprai Michael mio, il racconto in prima persona femminile scritto dall’autore (maschio) Amos Oz: anche in questo romanzo si narra la storia di un matrimonio, dall’inizio al lutto, il tutto ambientato in Israele. “Scrivo questa storia perché le persone che ho amato sono morte. Scrivo questa storia perché quando ero giovane avevo una grande capacità di amare, e ora questa capacità di amare sta morendo. Ma io non voglio morire.” Inizia così il racconto in prima persona di Hannah, la storia di un matrimonio e del suo fallimento. La narrazione tutta femminile di Oz procede con uno stile breve, spezzato, quotidiano, che sonda i pensieri più nascosti e le emozioni più profonde nella confessione della protagonista. Mi è piaciuto, eppure, non mi ha convinto.

3. Le prime luci del mattino, Fabio Volo, Mondadori 

Anni dopo, nel 2011, la mia amica Elena V,  mi regalò un libro di Fabio Volo, Le prime luci del mattino dicendomi “tu leggi sempre dei mattonazzi* perché non provi Fabio Volo? io lo ascolto alla radio ed è divertente” (*mattonazzo= libro lungo e noioso). Ne Le prime luci del mattino la protagonista, che si chiama Elena, è una donna in carriera sposata con Paolo, con cui ha una relazione tranquilla ma monotona. Elena è una donna infelice e crede che “due infelicità insieme possano dare una felicità”. In realtà il suo matrimonio non funziona e decide così di cambiare vita e… si getta in una relazione extra coniugale. Questo libro mi è piaciuto in parte.

Secondo me, no, non può. Questo non toglie che siano tre bei romanzi, ma, secondo me, hanno il difetto di essere scritti in prima persona femminile, da un uomo. E si sente. O almeno, io lo sento.