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Una poesia senza titolo, di Paolo Agrati.

Cosa farò senza di te?
Quando sarò morto
quando sarò solo, 
morto e senza corpo 
in uno spazio sconosciuto?
Potrei venirti in aiuto
con qualche numero fortunato
seguire la tua guida incerta
per proteggere l’auto 
dai pericoli della tangenziale.
Potrei apparirti nel sonno
e chiederti perdono 
per il mio debole corpo 
scusarmi d’averti lasciata 
sola a risolvere le beghe
con la casa da spazzare dalla polvere
il vicino rimbambito, il mutuo 
l’armadio da svuotare 
dai vestiti che un parente
con la mia stessa taglia
un giorno o l’altro indosserà
controvoglia.

Chi mi ricorderà la sera
che devo lavare i denti
portare in cortile la spazzatura
che sono anch’io un essere speciale?
Con chi parlerò della Luna e del futuro
A chi poggerò la testa sulla spalle
sgranocchiando popcorn
davanti a un film di Woody Allen?

In un sogno di una notte d’estate 
fingendo di non essermene andato
vestito da prete, da arlecchino 
da pirata, da cretino, da soldato
rivolgerti ancora la parola 
per ricordarti quanto siamo stati felici.
Diventare terra e sostenerti 
mentre passeggi o pedali in bici. 
Carezzarti come brezza
in una pausa dai giorni bui 
mentre torni a casa o te ne vai
per i fatti tuoi.

Anziché annoiarmi 
della mia nuova forma
delle banali soluzioni 
d’esistenza e redenzione 
offerte dalle fedi conosciute
sarebbe bello ritornare
di tanto in tanto 
a farti compagnia
quando scegli le verdure
il formato della pasta
il colore della stoffa di un vestito.
Quando resisti alle storture
della misera esistenza
affondando in qualche libro
il tuo naso fuori moda.

Lo so, anziché lasciare la tua mano
avrei dovuto confessarti un segreto 
portarti ancora in viaggio, lontano
aggrapparmi alla mia pelle
inventare delle balle
per sfuggire all’unico destino
che l’amore non è capace di cambiare.

Paolo Agrati

 

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Recensione: La morte dei caprioli belli, Ota Pavel, Keller Editore

Ciao, 

Oggi scrivo la recensione de La morte dei caprioli belli di Ota Pavel pubblicato da Keller Editore. Prima di cominciare voglio chiedervi un like di supporto alle pagine di Una Lettrice (Facebook, Instagram) e un like al profilo Instagram della mia amica che mi ha regalato questo libro.

Ed ora eccoci pronti ad iniziare. 

Recensione: La morte dei caprioli belli 

La morte dei caprioli belli racconta episodi della famiglia – padre, madre e tre fratelli – di Ota Pavel sullo sfondo della storia della Cecoslovacchia pre e post bellica. Il libro è una raccolta di brevi racconti, tutti basati su episodi famigliari accaduti prima, durante e subito dopo la seconda guerra mondiale.

Protagonista è il padre, Leo Popper, che, con il suo carisma, il talento innato di venditore miracoloso, la parlantina sciolta, la capacità di vendere un frigorifero – Electrolux! –  anche a chi non possiede la corrente elettrica, diventa una figura mitica, un supereroe agli occhi del figlio scrittore. 

La morte dei caprioli belli è probabilmente uno dei libri più belli della letteratura ceca contemporanea, che ha conquistato e non smette di conquistare intere generazioni di lettori.

Il lettore si trova così a vivere con lo stesso stupore infantile  le gioie – una pesca alla trota andata bene – e  con il cuore gonfio le pene di un mondo rurale, a cavallo della guerra mondiale. 

La famiglia Popper, che poi cambierà cognome in Pavel, si trasferisce, con tutta la famiglia, in un piccolo paesino proprio a causa della guerra mondiale e della persecuzione degli ebrei ma il romanzo è per lo più incentrato sui ricordi e le avventure di questo padre capace di trasformare tutto in uno splendido gioco.

Un padre maldestro, inadatto, vitale, magnifico. Un uomo normale che arranca nella vita, eroe un po’ tragico, che si salva sempre agli occhi del lettore perchè avvolto dallo sguardo amorevole del figlio scrittore. 

 

Una vena ironica

Ho adorato l’ironia presente nel testo. Ci sono molti episodi buffi, teneri e divertenti, ad esempio quello riportato sull’aletta della copertina:  

La mamma era una bellezza e di lei Lustig era un pochettino innamorato. Una volta era venuto a invitarla un bel signore alto e biondo e papà aveva fatto cenno che sì, la mamma poteva andare in pista con lui.

E quel signore aveva cominciato a farle la corte e a metà del ballo le aveva detto:«Lei è così bella» e non riusciva a toglierle gli occhi di dosso.

La mamma aveva sorriso, a quale donna non avrebbe fatto piacere.

E poi quel bel signore aveva aggiunto: «Ma sarei curioso di sapere cos’ha in comune con quell’ebreo».

«Tre figli» aveva detto la mamma, aveva finito il ballo ed era tornata a sedersi accanto al papà.

(tratto da: La morte dei caprioli belli, di Ota Pavel, Keller editore)

Un gioiello della natura

La scrittura di Ota Pavel, asciutta e accogliente, semplice e precisa, briosa e seria è un gioiello di perfezione. Ma attenzione: non la rarefatta e fredda perfezione di un’opera d’arte nella sala principale del museo, no, la scrittura di Pavel possiede la perfezione accogliente e innata della natura. Per esempio lo sbocciare dei fiori di ciliegio, nuvole bianche leggere che paiono solo appoggiate agli alberi, così belle che milioni di persone nel mondo non possono fare a meno di ammirarli.   

Una creatività fragile

La morte dei caprioli belli è caratterizzato da fragile delicatezza, come se a scriverlo fosse stato un bambino. Lo scrittore rivive la sua infanzia  ama immensamente i suoi genitori, la sua famiglia, la sua terra. Un bambino che ripone enorme fiducia nella vita, la cui fragilità ispira sentimento di protezione e cura. Ho poi scoperto che Ota Pavel si ammalò e finì i suoi giorni in un manicomio dove avvenne il periodo più fecondo e creativo della sua vita.  

Se il fatto che Ota Pavel sia un buono vi fa incavolare condo il mio amato Thomas Bernhard  con il suo feroce Il Nipote di Wittengstein si pone all’antitesi: ecco la mia recensione;  

Se volete altri suggerimenti nelle mie interviste ai lettori ho portato a casa 5 libri mittleeuropei  e un intervista a Shulim Vogelmann, Editore di Giuntina, l’ebraismo a portata di libro 

 

Ota Pavel

Il fattore K di Keller Editore  

Keller editore si occupa di letteratura, reportage, viaggi e scrittura. “Traduciamo libri importanti in Italia per raccontarvi il mondo che altrimenti perdereste.”

  “Nel 2009 l’allora minuscola bottega roveretana vide Herta Müller, di cui aveva pubblicato “Il paese delle prugne verdi”, vincere a sorpresa il Nobel per la letteratura. Roberto Keller, 45 anni, barba corta, cauto nei modi, understated, è un piccolo editore di qualità, ditta individuale, quattro persone in tutto. Pubblica 15-18 titoli l’anno, si è guadagnato il rispetto di editori importanti di area germanica, come Suhrkamp, l’Einaudi tedesca, e nutre qualche ambizione. Ha puntato molto sulla narrativa della Mitteleuropa, moderna e contemporanea, quel mondo tedesco, slavo, ebraico che è un impasto di lingue, etnie, frontiere sempre inquiete. Il filo comune? Tutte storie e scrittori di confine. Com’è terra di confine Rovereto, irredentisti e austriacanti, guerre e traumi. La Keller ha sede in zona Baldresca dove nel 1915-18 passò il fronte e oggi sopravvivono gli ultimi vigneti cittadini. (Fonte: http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2015/08/10/news/per-vendere-libri-ci-vuole-il-fattore-k-1.224972)

Sono convinta che La morte dei caprioli belli non sarebbe potuto esistere senza Keller editore. Vi suggerisco di acquistare qualche libro di Keller editore: sono fatti con estrema cura e attenzione, sono testi perfetti per un regalo o per rifornire una libreria. Se vi interessa approfondire il catalogo dell‘Editore di confine, Keller Editore,  lasciatemi un commento dicendo “sì, mi interessa”.

Un abbraccio,

Alla prossima recensione,

Alessandra 

www.unalettrice.org 

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Recensione: Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi

Scrittrici che amo – la serie

Qualche settimana fa mi sono svegliata una mattina con la voglia di vedere ritratte in una foto alcune delle mie scrittrici preferite.  Ho preso dei libri dagli scaffali e li ho impilati sul mio bel pavimento. Ho fatto due passi indietro e ho scosso la testa. La torre di libri era troppo alta, massiccia, pesante e l’ho snellita con una selezione sentimentale.  Alla fine di questa operazione avevo 12 libri delle scrittrici che amo. (qui il post completo) Ora sto scrivendo le recensioni nell’ordine che mi hanno consigliato i miei lettori: ho parlato di Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, ho parlato Sembrava una felicità di Jenny Offil e oggi è il turno di Natalia Ginzburg, Le piccole virtù.

Come prima cosa ho bisogno del tuo supporto: seguimi sulle pagine Facebook e Instagram di Unalettrice e condividi i miei articoli! E ora cominciamo

 

Le piccole virtù

Oggi la recensione è dedicata a Le piccole virtù di Natalia Ginzburg, una raccolta di undici racconti, riflessioni, ritratti scritti da Natalia Ginzburg. Tra i vari racconti c’è il famoso Ritratto di un amico, che Italo Calvino ha definito “la più bella cosa che sia stata scritta sull’uomo Cesare Pavese”, oppure “lui e io” un magnifico ritratto dell’amore coniugale  “Lui ha sempre caldo, io ho sempre freddo”, con le sue luci e ombre, o, ancora, i ricordi di Londra “è un paese che si è sempre dimostrato pronto ad accogliere gli stranieri”. Tutto il libro merita di essere letto ma io l’ho scelto per un particolare racconto.

 

Un titolo che trae in inganno

Iniziamo dal titolo che può trarre in inganno: le piccole virtù non si riferisce alle virtù domestiche, quotidiane, casalinghe, anzi, il testo dice di insegnare ai propri figli non le piccole virtù ma le grandi. E allora perché il libro e il racconto da cui prende il nome si intitola così? Semplice. “Le piccole virtù” è un bel titolo, “Le grandi virtù”, invece suona male e non ci si immagina un libro di successo intitolato così.

Nasce da un equivoco pensare che sia un libro dedicato alle cose minute, nascoste, da donne (anche se il carattere della Ginzburg era proprio quello di stare nelle retrovie, di essere umile e modesta) anzi, è un libro dedicato alle grandi virtù: alla pazienza, al coraggio, all’amore…

 

Il mio mestiere

Il motivo principale per cui ho scelto di inserire Le piccole virtù e non il più famoso Lessico Famigliare (che pur amo moltissimo) nella serie delle dodici scrittrici è il racconto in cui Natalia Ginzburg ripercorre le tappe della sua vita che l’hanno fatta diventare scrittore. 

Il mio mestiere è quello di scrivere e io lo so bene e da molto tempo. Spero di non essere fraintesa: sul valore di quel che posso scrivere non so nulla. So che scrivere è il mio mestiere. Quando mi metto a scrivere mi sento straordinariamente a mio agio e mi muovo in un elemento che mi par di conoscere straordinariamente bene: adopero degli strumenti che mi sono noti e famigliari e li sento ben fermi nelle mie mani.

 La Ginzburg procede dicendo che se prova a fare qualunque altra cosa studiare una lingua straniera, lavorare fuori casa, parlare in pubblico va in ansia, si sente inadeguata, soffre e si sente una leggera nausea. Poi racconta di come ha iniziato a scrivere da bambina: lunghe poesie in rima (lontananza/speranza), poi romanzi pieni di poliziotti con lo sfollagente, carrozze e dame, e poi, racconti, alcuni molto seri.

Un mestiere serio

“Ho scoperto allora che ci si stanca quando si scrive una cosa sul serio. È un cattivo segno se non ci si stanca. Uno non può sperare di scrivere qualcosa di serio così alla leggera, come con una mano sola, svolazzando via fresco fresco. Non si può cavarsela così con poco. Uno, quando scrive una cosa che sia seria, ci casca dentro, ci affoga dentro proprio fino agli occhi;”

Continua raccontando come impara a costruire i personaggi: dice che va in giro per la città spiando le persone e riportando in un taccuino i tic, i dettagli del viso e delle belle frasi da utilizzare in un racconto. Dice anche che non ci riuscirà mai, che le frasi si cristallizzeranno nel bloc notes, senza vita.

Scrivere come un uomo

In seguito desidera scrivere come un uomo: “L’ironia e la malvagità (dei personaggi) mi parevano armi molto importanti nelle mie mani; mi pareva che mi servissero a scrivere come un uomo, perché allora desideravo terribilmente scrivere come un uomo, avevo orrore che si capisse che ero donna dalle cose che scrivevo. Facevo quasi sempre personaggi uomini, perché fossero il più possibile lontani e distaccati da me”

Racconta poi che non appena diventata brava nello scrivere racconti inizia ad annoiarsi e a non provare più piacere: “Il mondo taceva per me. Non trovavo più parole per descriverlo”

Una scrittrice

Poi nascono i figli e “quando erano molto piccoli non capivo come si potesse scrivere avendo dei figli. M’ero messa a disprezzare il mio mestiere.” Ma Natalia è una scrittrice e aggiunge con lucida sincerità “Ne avevo una disperata nostalgia, mi sentivo in esilio, ma mi sforzavo di disprezzarlo e deriderlo per occuparmi solo dei bambini.” I bambini mi parevano una cosa troppo importante, ma avevo una feroce nostalgia e mi veniva quasi da piangere. Pensavo che l’avrei ritrovato un giorno o l’altro, ma non sapevo quando. Pensavo avrei dovuto aspettare che i miei figli se ne andassero, invece non ci mise molto e tra un sugo di pomodoro e una passeggiata all’aperto  Natalia afferma “adesso non desideravo più scrivere come un uomo”

Un mestiere difficile

Un’altra riflessione presente in questo racconto è “la nostra personale felicità o infelicità, la nostra condizione terrestre, ha una grande importanza nei confronti di quello che scriviamo”  Quando siamo felici vediamo i personaggi in modo freddo, chiaro, distaccato, quando invece siamo infelici “abbiamo radici profonde e dolenti in ogni essere e in ogni cosa del mondo, del mondo fattosi pieno di echi e sussulti e ombre, a cui ci lega una devota e appassionata pietà. E poi ci mette in guardia “C’è un pericolo nel dolore così come nella felicità nelle cose che scriviamo” Prosegue con altre riflessioni sul mestiere di scrittore.

Questo mestiere non è mai una consolazione o uno svago, vuol essere lui a comandare, si rifiuta sempre di darci retta quando abbiamo bisogno di lui. 

È un mestiere difficile, che si nutre delle cose belle e brutte, cresce e muta, quel che è importante è avere la convinzione che è un mestiere, una professione, una cosa che si farà per tutta la vita.

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Recensione: Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio

Ciao, 

Iniziamo la serie SCRITTRICI CHE AMO. Dopo questo post vi ho chiesto  c’è qualche recensione che vi interessa particolarmente? se sì, scrivetemelo nei commenti! E la prima e più amata è Zia Jane.  Prima di tutto ascia un like di supporto sulla pagina Facebook e seguimi sulla pagina instagram!  di Unalettrice. Ho bisogno del tuo sostegno!  Ma ora ecco la mia recensione di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen. Enjoy!

Un romanzo che continua ad avere qualcosa da dire al lettore.

A 15 anni ho comprato una copia di Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen in un’edicola di paese. Qualche giorno dopo, appena iniziata la lettura, mi venne la febbre, o finsi di avere la febbre – durante la mia adolescenza ho finto spesso di avere la febbre per poter leggere in santa pace – per terminare tutto il romanzo. Ne rimasi deliziata, chiusi il libro e tornai al mio liceo, alla mio ragazzo, agli amici, alla mia vita dell’epoca.

Passavano le settimane e ricordavo perfettamente il libro: ogni tanto mi tornavano in mente una battuta o un dettaglio. Alzai le spalle, indifferente. Dopo qualche mese capii che i personaggi, l’ambientazione e i sentimenti descritti non sarebbero svaniti nel giro di poco tempo, ma avrebbero acquistato forza, mano a mano che crescevo e scoprivo, sulla mia pelle, l’orgoglio, l’amore, il pregiudizio.

Da allora ho riletto Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen una volta sola, e nonostante questo è stampato chiaramente nella mia mente come uno dei libri che mi sovviene, con una frase, un dettaglio, un personaggio. Per me è un classico e un capolavoro perchè, anche se sono passati 200 anni dalla sua pubblicazione, e io sono cresciuta, e il mondo è cambiato, e molto, Orgoglio e pregiudizio ha catturato su carta sentimenti eterni che continuano a parlare ai lettori. 

Orgoglio e pregiudizio: storia di potere (e di amore)

In breve possiamo riassumere la trama di Orgoglio e Pregiudizio in questa frase del romanzo e nelle sue conseguenze:

«È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie»

Il romanzo, ambientato nell’Inghilterra del 1813, è la storia delle cinque sorelle Bennet e dei loro corteggiatori, con al centro il romantico contrasto tra l’adorabile e capricciosa Elizabeth e l’altezzoso Darcy. Lo stile di Jane Austen è di acuta osservazione, delicata ironia,  intrattiene con i piacevoli toni della commedia, anche se, secondo me, il romanzo traccia sia una brillante descrizione dell’epoca regency, in cui è ambientato, sia una profonda descrizione delle dinamiche dell’animo umano. 

Darcy era uno scapolo ricco, davvero ricco.

Nel 1813 le donne non lavoravano, il loro tenore di vita era determinato dalla rendita della famiglia di origine e dal tipo di matrimonio che facevano. I Bennet erano una famiglia di modeste entrate, non sufficienti a mantenere cinque figlie femmine.   Infatti, non appena le sorelle conoscono Mr Darcy, nel romanzo viene ribadito a più riprese come la rendita di Mr. Darcy si aggiri intorno alla 10.000 sterline annue.

Ma cosa significa questa cifra in riferimento agli standard dell’epoca? Prendendo in considerazione le differenze economiche e sociali, il giornale The Telegraph ha calcolato come una rendita di 10.000 sterline all’anno nel 1813 potrebbe equivalere a una rendita contemporanea di circa 16,5 milioni di euro, al mese. Senza calcolare le proprietà terriere: i calcoli del “Telegraph” ipotizzano che la disponibilità economica di Mr. Darcy poteva aggirarsi (in termini economici attuali) in qualcosa come 415 milioni di euro. Questo senza contare il valore delle sue proprietà né i ricavi delle sue fattorie a Pemberley!

Capite perchè la signora Bennet, madre di cinque figlie, quasi sviene, al solo pensiero di far incontrare le figlie con Darcy? 

 

Pregiudizi: laddove nascono gli ostacoli all’amore. 

Gli ostacoli che si presentano prima del compimento dell’amore sono dovuti ai Pregiudizi. Elizabeth, appena incontra Darcy, lo giudica subito freddo e orgoglioso, pieno di sé e distante. A lei, Darcy fa una pessima prima impressione che nel tempo peggiora, a causa di malelingue e, appunto, pregiudizi. Mr Darcy ricchissimo e aristocratico, la giudica di famiglia modesta e arrampicatrice, anche se non può fare a meno di innamorarsi di lei e chiederle, con molta difficoltà dovuta alla sua freddezza britannica e aristocratica, di sposarlo. 

Orgoglio: Elizabeth non scende a compromessi, vuole l’amore. 

Elizabeth, accecata dai pregiudizi, rifiuta la prima proposta di matrimonio di Mr Darcy a causa  di un equivoco che la porta a pensare che Mr Darcy è una persona spregevole. Il suo è un atto di Orgoglio: Lizzie, sceglie la propria felicità e rifiuta una sicurezza economica duratura e per tutta la sua famiglia. (qui la madre quasi sviene, dovete sapere che il romanzo è scritto con molta ironia e la madre è il mio personaggio preferito in assoluto) 

Uno sguardo acuto sulle dinamiche umane. 

I pregiudizi che nutrono uno per l’altra sono frutto della società inglese dell’epoca e Jane Austen in fondo spia dal buco della serratura i suoi personaggi portandone alla luce dei comportamenti che la buona educazione avrebbe richiesto di nascondere: ad esempio i pregiudizi dettati dalla classe sociale, oppure come la voglia della signora Bennet di vedere le figlie sistemate con buoni partiti, oppure la scappatella della sorella minore con il maggiore Whickam… 

Regency e brillante: uno stile di scrittura inimitabile ed eterno.

Orogoglio e Pregiudizio è stato adattato a film, serie tv, fumetto, sequel, romanzi ma rimane un unicum dallo stile inimitabile. Meglio del romanzo originale non c’è niente. L’ironia, la costruzione di personaggi decisamente comici, e nello stesso tempo un atteggiamento d’affetto e di indulgenza, determinando l’affermazione indiscussa della scrittrice.

Jane Austen, scrittrice povera e single. 

Jane non ebbe molte proposte di matrimonio: oltre a essere piuttosto povera, non era particolarmente bella, ma la cosa peggiore era il suo senso dell’umorismo, la sua ironia affilata, inaccettabile in una giovane donna in cerca di marito. Non diventò famosa in vita, il successo, ironia della sorte, arrivò due anni dopo la sua morte. Le sue protagoniste, come lei,  sono donne determinate e sincere, per nulla arrendevoli, alla ricerca di un lieto fine. 

 

Spero che la recensione vi sia piaciuta! 

Alla prossima, 

Alessandra 

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Scrittrici che amo

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Le scrittrici che amo

Ho sintetizzato alcune delle mie scrittrici preferite in una pila di libri.Non è stato facile, sono una lettrice vorace e leggo da molti anni.
Ho selezionato due scrittrici classiche come Jane Austen, – e chi non l’adora?-  e Anna Frank di cui ho letto e riletto il Diario spesso rammaricandomi che non avesse scritto nient’altro perchè nutro la ferma convinzione che sarebbe stata una delle più grandi.  

Ho escluso un’altra amatissima tra le scrittrici: Agatha Christie, che ha uno stile così pulito, essenziale e fattivo (pieno di fatti, non pugnette) che mi ha conquistato fin dalla più tenera età. L’Agata è così brava da avermi fatto leggere gialli, ma l’ho esclusa proprio perchè i gialli sono un genere che io non leggo spesso. Non mi piacciono molto. 

Ho messo Natalia Ginzburg, di cui ho letto tutto, anche le opere teatrali come quella qui sotto riportata e di cui amo la scrittura asciutta e pulita.

La Marchesa Colombi, scrittrice sconosciuta ai più, racconta la provincia italiana come nessuno mai, Mary McCarthy perché amo i libri corali.

Ho selezionato Piera Ventre, una scrittrice esordiente che mi ha conquistato con Palazzokimbo (pubblicato da NeriPozza nel 2015),  perché la sua scrittura mescolata al napoletano suona benissimo, come una musica 

Elizabeth Strout per l’architettura dei suoi romanzi, la Nemirosky per la dolcezza e perchè,chi ha vissuto a Parigi  “nessuno descrive così bene Parigi quando piove”. Tra le scrittrici preferite non potevo non citarla!

La Offil perchè mostra la fragilità dell’essere umano, (trovi la mia recensione qui) Isabel Fonseca con il suo Seppellitemi in piedi, perché è un’antropologa e ha esplorato in modo unico e interessantissimo la storia del popolo Rom, un popolo dimenticato da tutti, persino sulle cartine del mondo… e la famosa Bolen perché studia gli archetipi femminili, sia nel suo famoso Le dee dentro la donna (un libro che ogni donna dovrebbe tenere sul comodino e sfogliare ogni tanto), sia in questo ultimo libro Artemide. 

 Sono libri che ho letto ma di cui non ho ancora scritto: c’è qualche recensione che vi interessa particolarmente? se sì, scrivetemelo nei commenti!

 

Recensioni sui libri belli citati qui

Le mie prossime recensioni riguarderanno i libri impilati in questa foto. Ecco quelli che ho già pubblicato, mano a mano aggiornerò questo post

 

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